mercoledì 29 agosto 2018

La doppia cittadinanza di Celine

Erano appena le 10, il che voleva dire ancora altre quattro ore di lezioni prima che suonasse la campanella. Celine era in classe durante l’ora d’italiano e la professoressa, una supplente piuttosto anziana che sembrava avesse bisogno di essere sostituita a sua volta, aveva da poco introdotto l’analisi del periodo. «Tra di noi è un po’ come tra le proposizioni all’interno di una frase» pensò nella sua mente Celine, seduta nel banco in terza fila, accanto a Felicity: «Jesse è la principale ed io la subordinata».
Se vi dicessi che le piaceva di più così? Se addirittura vi confessassi che preferiva dipendere da qualcuno che la rendeva felice, piuttosto che sentirsi libera e triste? Non giudicatela, provate invece per un attimo a uscire dai panni di una “reggente” e vestite quelli di una “secondaria”: la vita stessa vi ringrazierà perché sente di aver avuto una seconda vita quando trova un motivo per vivere, ed è così bello accettare serenamente il fatto che tu sia solo una parte di quel tutto al quale appartieni, e che non c’è bisogno migliore di quello che provi per la tua principale, che sa come darti senso.
«La mia principale ha gli occhi scuri» continuava a pensare «forse marroni, non lo so con certezza perché ogni volta che mi avvicino a lui mi piace guardarlo soprattutto dentro, dove mi ci perdo, però ricordo che ha i capelli ricci e regge l’intero mio periodo, un periodo che vorrei non arrivasse mai a un punto» ma perché non arrivi mai a un punto vuol dire che andrebbe scritto su uno spazio nuovo, dallo sfondo bianco ed infinito, allora Celine iniziò a fantasticare con la mente e cominciò col trasformare l’intera classe in una stanza vuota e dalle pareti completamente bianche, sulle quali danzavano, sorridenti e in fila indiana, tutte le parole di questo mondo di cui aveva evidentemente bisogno per esprimere il suo goliardico amore. In men che non si dica, l’inchiostro della sua penna rossa e immaginaria, forgiata da un sentimento magico e profondo, aveva coperto per intero le pareti di quella stanza, incluso il soffitto e il pavimento, che adesso sembrava, visto il colore, un enorme incendio, le cui fiamme erano visibili anche da fuori. Era proprio così, il calore di quel sentimento iniziava ad essere talmente forte e lo spazio talmente stretto che in seguito ad uno scoppio l’intero edificio prese fuoco.
«Signorina Delpy, continui lei. Signorina Delpy…» sognare ad occhi aperti e lasciare gli altri per qualche minuto era un classico nella carriera scolastica di Celine. Una volta, quando era ancora al primo anno, Celine si beccò un’imbarazzantissima quanto indimenticabile nota sul registro, proprio a causa di questa sua tendenza a viaggiare, diciamo, durante le ore in cui è consigliabile restare con i piedi per terra. È assente, diceva quella nota tre anni fa, davanti alle risate dei suoi compagni di classe, troppo pigri per poter correre con gli occhi fuori dalla finestra, dietro a una rondine di passaggio che da lì a poco avrebbe potuto condurli chissà dove, troppo buffoni per poter ascoltare quello che un libro di storia aveva da raccontare, troppo poco curiosi per intrattenere una conversazione con uno strano cancellino da lavagnetta, così ossessionato dalla perfezione che stava sempre a cancellare fino a quando non era come diceva lui. Già, la nota sul registro si sbagliava di grosso, Celine non era assente, era semplicemente presente in un altro mondo, ecco, si spostava da una parte all’altra, era un po’ come avere una doppia cittadinanza.
«Si professoressa, allora…» Celine si sentì come chi sogna di cadere nel vuoto e si sveglia di colpo, agitata, confusa, per un attimo temette che avesse addirittura urlato, si voltò verso Felicity per capire, ma comunque tornò in classe, scosse la testa velocemente e batté le palpebre due volte in un secondo per sbarazzarsi di quell’immagine dell’edificio in fiamme che ancora aveva davanti agli occhi. Grazie all’amica capì dove erano rimasti e così prese a leggere: «desiderative, sono delle principali che esprimono desiderio. Vediamo alcuni esempi: “se tu arrivassi ne sarei felice”». Celine proprio non poté fare a meno di pensare a tutte quelle sere d’estate in cui poteva fare più tardi, mentre aspettava, giù nel suo cortile, felice come quel cancellino perfezionista quando raggiungeva la sua dannata perfezione, che il suo Jesse la passasse a prendere. In quei momenti capiva quello che provava una vera proposizione secondaria, un’anima impaziente che si crogiola nella sua irrequietezza, prima di congiungersi all’amata principale che finalmente le dà requie.  
C’era una cosa, però, che Celine avrebbe voluto aggiungere a quella lezione di sintassi, una cosa che nessuno aveva ancora detto, nemmeno l’insegnante, e cioè che, per quanto una principale avesse senso anche da sola, non era quello che voleva, ma era accanto alla propria subordinata che voleva stare, per cui, in fondo, anche la principale è una subordinata, pur con qualche difficoltà ad ammetterlo, in quanto spesso un po’ fredda e cinica. La principale è conosciuta come tale solo quando è da sola, ma poiché da sola non riesce a stare veramente, nella realtà dei fatti essa dipende.
La specialità di Celine era, come avrete potuto notare, quella di riuscire a parlare veramente con il mondo. Ella capì che in realtà la vera dipendenza risiedeva nel mezzo, come in amore, che la principale insegue la secondaria e la secondaria fa lo stesso con la principale. Si disse «il periodo non è altro che l’unione di due anime subordinate che si necessitano, proprio come noi. Dobbiamo essere come delle frasi scritte sulle vie del mondo che si separano solo quando raggiungono, da punti opposti, il medesimo confine, che sia il precipizio di una montagna o la riva di un fiume, il tetto di una casa o l’orizzonte, e nonostante la distanza continuano a guardarsi fisso negli occhi».
Suonò la campanella.


sabato 14 luglio 2018

ECCO COSA CI LEGA

Ecco cosa ci lega:
certo più di mille metri percorsi assieme,
forse un mare di chilometri,
tra i sedili grigi di una vecchia golf
e le musiche di Graham Reynolds,
mentre i sorrisi finalmente si sposano.


Ecco cosa ci lega:
quel dolce che mangi solo quando sei con me, 
i nostri gusti inconciliabili, come i nostri sguardi,
io guardo te e tu il piatto
e i miei tempi per consumare una portata,
troppo lunghi perché tu possa aspettarmi,
eppure lo fai.

Ecco cosa ci lega:
il bacio delle ore diciotto e ventidue,
la sveglia impostata alle ore nove e trentasette
e qualsiasi altro orario buffo.
Sei l’anello che mi scivola dal dito
e per questo nel pugno ti stringo forte.

Ecco cos’altro ci lega:
la sensazione di essere tornati bambini.
Tu chiudi gli occhi e inizi a contare
e quando li riapri, fingi di non vedermi.
Ci legano i film che scelgo io il mercoledì sera,
quelli durante i quali ti addormenti,
e quelli scelti da te il mercoledì successivo,
dove mi addormento io.

Ecco infine cosa ci lega:
due piedi scalzi che salgono appassionati su due scarpe bianche,
adagio, si muovono in tempo di valzer,
mentre un capo si abbandona sulla spalla dell’altro
e gli occhi di entrambi si chiudono e le mani si tengono.
Sul pavimento una sola ombra. 



















sabato 31 dicembre 2016

PENSIERO DEL GIORNO 31/12/16


Non esiste il 2003, il 2012 o il 2016. La vita è un solo e unico tempo, indeterminato, incommensurabile ed erroneamente scandito dall'uomo che, ingenuo, crede di poterlo ordinare sistematicamente, al fine di facilitare i ricordi e datarli. Ma la mente non ha bisogno di questi trucchi per tenere a mente ció che un tempo era e ció che oggi è, e in realtà nessuno di tutti questi anni che voi considerate terminati sono terminati veramente.
Le sole cose che possono scandire il tempo della vita nella maniera piú naturale possibile sono i momenti nati in seguito ai viaggi, alle feste, agli amori, ai nomi, ai pianti, agli abbandoni... ad ognuna di queste cose corrisponde un ricordo, e ogni ricordo appartiene al suo tempo, che in realtá non si è mai concluso, ma semplicemente superato, perché andiamo avanti, proprio come fanno le nostre vite e i nostri tempi, continuano, passano, scorrono, ma i momenti rimangono, e nessuno potrà e dovrà cancellarli o considerarli conclusi. Perché dovremmo?
Quello che vi accingete ad accogliere come il 2017 per me é semplicemente la vita che prosegue e la possibilità, e fortuna soprattutto, di scandire 365 giorni in piú con altri momenti significativi, che mi auguro con tutto il cuore possano trovare il loro spazio e il loro tempo, ancora una volta.

Buon proseguimento di vita.

sabato 26 novembre 2016

SORSEGGIARE PAROLE D'AMORE SCIOLTE IN UNA TAZZA DI CUORE CALDO


Erano all’incirca le 21.30, anche se l’orologio a pendolo portava qualche minuto avanti, ed Emily Pearce aveva da poco finito di cenare.
Si trovava in soggiorno, con un piumone di lana sulle spalle, seduta con le gambe incrociate su una poltrona di pelle marrone davanti al camino, mentre accanto le sedeva stanca la madre, una professoressa di lettere di mezza età piuttosto bassa e dai capelli rosso tiziano che aveva un mucchio di compiti da correggere e aveva appena preparato una tazza di tè per tutt’e due. Come fosse ipnotizzata, Emily non distolse neanche per un attimo lo sguardo dal fuoco e, contemporaneamente, allungò il braccio destro per prendere un cucchiaino di zucchero, che per poco non si rovesciava addosso, quando sua madre, con la voce sottile di chi non vuole disturbare, le fece notare che la sua tazza era già abbastanza zuccherata.
La signora Pam sapeva che Emily stava frequentando un ragazzo. Era talmente evidente che ci mancava poco che riuscisse a vederne il volto tra le fiamme, come disegnato in qualche modo assurdo dagli occhi accesi di sua figlia che non smettevano di fissarle. E così Emily decise finalmente di vuotare il sacco. Parlò proprio bene di quel ragazzo, ma senza mai lasciarsi sfuggire il nome, perché lo custodiva gelosamente, come quella tazza di tè bollente che stringeva tra le proprie mani e che portava alla bocca con una delicatezza quasi infantile. Ma più beveva e più sentiva che quel momento raro di autentica confessione con sua madre passava in fretta, così decise di sorseggiare poco alla volta, per eternizzarlo.
Lui è il mio lato buono, raccontava a sua madre tra un sorriso e l’altro, che però non mostrava i denti, perché pur sempre timido come sorriso, accompagnato da due guance belle grosse che puntualmente diventavano rosse. 
È per via del fuoco –diceva lei- per via del fuoco.
Lui le ricordava tanto quella nobiltà d’animo che aveva sempre cercato in un ragazzo, ma che ogni volta finiva per trovare solo nei romanzi d’amore, quel tesoro raro e speciale, che non ha colore o forma, peso oppure odore particolare, ma che sa essere giallo come solo il sole a mezzogiorno e bianco scuro, come solo la luna nei suoi spettacoli di sera, e che riempie dentro fino a gonfiare l’anima che, quando è satura, esplode come fuochi d’artificio nella notte, in un cielo senza stelle che aveva bisogno di luce, e si sbriciola in meravigliosi coriandoli profumati che cadono come pioggia su campi incendiati. Era questa la vera nobiltà. Si, da quando lo conosceva, Emily si sentiva una persona ricca, perché possedeva qualcuno che per lei era tutto. Emily possedeva tutto.
Cominciò raccontandole dei luoghi dove lui l’aveva portata e dove lei non era mai stata. Oramai -diceva Emily, con la testa abbassata e lo sguardo rivolto verso il fondo della propria tazza-  non sono più sorpresa delle sue sorprese che ogni volta finiscono per sorprendermi, come i giardini di Kensington, dove si rincorrevano come cagnolini fino a rotolarsi sull’erba, anche se poco elegante per una donna, che però tornava ad essere schizzinosa quando si trattava di sedersi sotto un nido di api. Delle tante passeggiate dialogate lungo Bond Street, durante le quali cercava di convincerlo a smettere di fumare, dei picnic improvvisati a Regent’s Park, tra una pausa e l’altra, delle serate al cinema a Notting Hill, sempre a discutere il genere di film da guardare, del Winter Wonderland a Hyde Park dove entrambi assaggiarono il vin brûlé per la prima volta… ma soprattutto dei sorrisi sinceri, delle risate spensierate, degli sguardi che non riuscivano mai ad incrociarsi come si deve, perché si guardavano in momenti diversi, delle carezze umane e disarmanti.
Emily era a metà del suo tè quando sua madre le fece una domanda strana, che non si aspettava, e che finì per metterla in difficoltà. Si sentì un po’ come quando faceva un compito in classe e c’era sempre quella domanda che aveva bisogno di copiare dal compagno accanto. Emily –chiese intrigata la signora Pam- cos’è che invece non ti piace di lui? Emily avrebbe voluto che alla sua sinistra ci fosse come sempre Caren Mason a passarle il foglio con le risposte sotto il banco, come a scuola, ma invece c’era solo Chelsie, la sua gatta mangiona e per di più incinta che non sapeva come aiutarla. Ma certo –rispose Emily, sollevando le spalle, e una risata a tratti nevrotica la scombussolò tanto che qualche goccia di tè traboccò dal bicchiere e andò a finire dritta sulle sue calze rosa. Ma certo, vediamo… i suoi piedi, forse le sue gambe; beh, ecco, quando beve troppo…il modo buffo in cui cammina… Emily si rese conto che balbettava. Le parole marciavano nel senso contrario, tiravano verso dietro, scarseggiavano, uscivano lente e confuse come stordite dall’impatto con la luce alla fine di un tunnel, durante il quale avevano litigato per trovare una risposta plausibile. Eppure era così, non le veniva in mente niente di serio. Quel ragazzo le piaceva, anzi, le stava piacendo, di più, e non aveva nulla che non andasse. Forse il vero problema era questo, che non le dava problemi, era perfetto, e quell’assenza di difetti lo rendeva in qualche modo imperfetto ai suoi occhi, ma non al suo cuore. Allora Emily bevve l’ultimo sorso del suo tè e restituì la tazza a sua madre, che andò a sistemarla sul lavello in cucina, mentre lei tornò a fissare le fiamme, dove vide ancora una volta il volto di quel ragazzo avvampare, lì nel suo camino, e semplicemente gli sorrise, perché non aveva mai conosciuto un’imperfezione tanto bella prima di allora, e pensò, mentre spegneva il fuoco, a quando lo avrebbe rivisto il giorno dopo. Spento il camino, Emily si spogliò del piumone che l’aveva tenuta calda fino a quel momento e, infastidita da insopportabili brividi di freddo lungo la schiena e le gambe, corse veloce di sopra, nella sua cameretta, lasciando da sola la sua gatta, che poté finalmente addormentarsi in silenzio.




mercoledì 26 ottobre 2016

Sitting On The Roof Of The World:


                14.08.2016

"La vera foto ricordo di quella serata romantica fu scattata ad una goccia di vino rosso traboccata sopra la tovaglia, sotto la quale ci tenevamo per mano".